Cresciamo insieme

Perché i bambini piangono?

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A volte un gioco tanto atteso può diventare per un bambino fonte di pianti e capricci, soprattutto quando le richieste appaiono esagerate ai genitori. Cosa indicano queste manifestazioni di ostinazione, e come accoglierle? Ce ne parla, nella prima puntata dedicata all’argomento, la Dott.ssa Paola Nicolini, psicologa psicoterapeuta e docente di Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione all’Università degli Studi di Macerata. 

"Il pianto segna le tappe della nostra vita, fin dal primo vagito, e ci accompagna, segnando tanti momenti fondamentali della vita: la delusione di esami scolastici non superati, la commozione dei matrimoni, il dolore dei funerali, la rabbia di successi solo sfiorati... 

Secondo William Frey (1985), biochimico dell’Università del Minnesota, è probabile che le lacrime si siano evolute nell’essere umano come mezzo per alleviare lo stress emotivo; sostiene infatti l’ipotesi omeostatica, secondo cui le lacrime servono, e sono state selezionate dalla natura, per eliminare alcune sostanze chimiche che si accumulano nell’organismo in corrispondenza di stati di particolare tensione psicofisica. 

Accanto a questa interpretazione di stampo biologico, altri scienziati sottolineano come la funzione principale delle lacrime sia quella comunicativa, che a un certo punto della storia evolutiva dell’essere umano potrebbe essersi aggiunta alla prima. John Bowlby (1969) psichiatra e psicoanalista americano, ha sviluppato la “teoria dell’attaccamento”: la stretta relazione che si crea fra madre e bambino a partire dai primissimi attimi di vita del neonato è un requisito fondamentale per lo sviluppo psicofisico di ogni essere umano. 

Secondo questa teoria, il pianto svolge un ruolo fondamentale per stimolare la presenza fisica e le cure del genitore. Molti studi hanno infatti dimostrato che i bambini piangono quando provano dolore o altri bisogni, ma in particolar modo quando percepiscono l’assenza dell'adulto da cui ricevono in prevalenza le cure o caregiver. Alcune differenze si possono notare a seconda dell’età del bambino: quando il bambino ha 3 mesi e prova dolore, piange in relazione a quel dolore, non c'è una comunicazione intenzionale, anche se il risultato è che i caregiver si avvicinano e offrono l'assistenza necessaria; a 12/18 mesi, invece, il bambino piange intenzionalmente per richiamare l'adulto affinché mitighi il dolore. 

Sembra che il pianto infantile già dai primi giorni di vita abbia modulazioni e toni differenti, a seconda che il bimbo pianga per fame, perché prova dolore o perché ha un disagio. E sembra altrettanto che il caregiver, di norma la madre, si abitui molto presto a riconoscere queste differenti tonalità, aggiustando il tiro della risposta.Intorno ai 2 anni il bambino è capace di adattare intenzionalmente il pianto alle circostanze: più l'adulto è lontano, più piangerà forte. Se il pianto non ha successo nel richiamare l'attenzione, il bambino è in grado di utilizzare anche altre strategie, come gridare o seguire la persona, per raggiungere lo stesso obiettivo. 

Al contempo, i bambini iniziano a comprendere gli obiettivi e i sentimenti altrui e a prenderli in considerazione per pianificare il loro comportamento. In breve, i bambini diventano sempre più abili nel programmare le loro azioni alla luce degli obiettivi, sia propri sia di altre persone, e a prendere parte a quelle che Bowlby ha definito “relazioni in funzione dell’obiettivo". Il pianto, nei più piccoli, è uno dei mezzi comunicativi più consoni al raggiungimento di obiettivi, per questo ha funzione adattiva e va considerato in quanto tale, senza affrettarsi a estinguerlo, ma impegnandosi a comprenderlo e decifrarlo. 

Studi cross-culturali confermano l’ipotesi che il pianto nei bambini serva per promuovere la vicinanza fisica del genitore: gli antropologi hanno infatti osservato che nelle popolazioni in cui le mamme mantengono un più stretto contatto corporeo con il piccolo, ad esempio lo tengono continuamente addosso avvolto in una fascia come in alcuni paesi Africani, i neonati piangono significativamente di meno rispetto a quelli cresciuti nelle società occidentali, dove vengono presto staccati fisicamente dai genitori e passano molto tempo in stanze separate e nei passeggini. 

Oltre a funzionare come richiamo, soprattutto nei bambini più piccoli ancora incapaci di parlare, la componente vocale riveste una grande importanza per la segnalazione dello stato di salute: certe caratteristiche acustiche negli strilli dei neonati sani differiscono da quelle dei bimbi ammalati, che tendono a lamentarsi in una tonalità più alta. 

Questo tipo di pianto è “conservativo”, con una funzione evoluzionistica legata alla sopravvivenza dell’individuo; il pianto però può essere connesso non solo al raggiungimento di obiettivi primari quali il sonno, il cibo e la vicinanza materna o paterna, ma può essere presente anche come forma di capriccio in manifestazioni di ostinazione nei confronti di obblighi o divieti imposti dai genitori, come ad esempio l’impossibilità di avere un gioco richiesto". 

Non sempre sappiamo come far fronte ad episodi delicati come quelli dei capricci. Assecondarli? Fermarli? Divagare il bambino? Continuiamo a parlarne nel prossimo articolo… restate con noi!

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